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Il comune di Strambinello appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

Territorio

Il termine di Pedànea si intende usualmente definire quella zona del Canavese che comprende i temtori dei comuni di Loranzè, Colleretto Giacosa, Parella, Quagliuzzo e Strambinello. Di forma grosso modo rettangolare, è limitata a nord dai territori di Fiorano ed Alice Superiore, ad ovest dalla cresta spartiacque che la separa dalla Valchiusella, a sud dal corso del torrente Chiusella e ad est da quello del torrente Ribes.
Due terzi del territorio sono collinari e costituiti da materiali di riporto depositati dal ghiacciaio che nell'era quaternaria scendeva dalla valle della Dora Baltea; il resto è in piano ed appoggia sul fondo del lago postglaciale; qua e là affiorano delle masse rocciose messe a nudo dall'azione di scorrimento dei ghiacciai e facenti parte della suola dioritica primitiva.
Ad eccezione di Colleretto, sorto sulle propaggini più basse del fianco morenico, praticamente sul fondo lacustre, gli altri paesi costituenti la Pedànea sono tutti arroccati in alto, sui tratti pianeggianti formatisi tra due morene parallele. Di essi, l'ultimo a nascere è stato senza dubbio Colleretto, a causa delle condizioni geoclimatiche del sito; frutto di una situazione particolare è la frazione Piano di Loranzè, praticamente non esistente prima di due secoli fa.
Adagiata sul pendio della fiancata morenica che costituisce il lato destro del bacino di Ivrea, la Pedànea è compresa tra i 240 metri s.m. del ponte Ribes ed i 403 di Loranzè. L'altitudine modesta, la protezione contro i venti del nord data dalle montagne e contro quelli di sud-ovest dalla barriera morenica frontale Pramonico-San Martino, la ricchezza di acque, l'esposizione a mezzogiorno, ne fanno una zona climaticamente privilegiata: vi cresce infatti floridamente e spontaneamente la mimosa e vi fruttifica l'olivo.
In pianura, il terreno è fertile ed adatto ad ogni tipo di coltivazione. L'irrigabilità, per mezzo dei canali e delle rogge derivati dal Chiusella, ne aumenta e rende costante la feracità. Nella parte alta predomina la vigna; dei vitigni indigeni sono sopravvissuti il nebbiolo, il neretto e l'erbaluce, mentre di altri (Biòna, Patoja, Castagnass, Pigneul), coltivati nella zona ancora nel 1830, oggi non esiste più nemmeno il nome.
La vegetazione arborea spontanea vi è rigogliosa, tanto da fare appellare la Pedànea "cuore del verde Canavese".
Nei tempi passati, il castagno vi era molto diffuso, come risulta da documenti del 1075 e del 1234; fino alla seconda metà del secolo scorso ne esistevano ancora degli esemplari colossali e la vendita delle caste rappresentava la voce più redditizia tra le attività commerciali. Spanta del tutto la coltivazione del baco da seta, sono quasi scomparsi anche i gelsi che, un tempo, in lunghi filari, limitavano le proprietà.
Per la cessazione della richiesta, è oggi possibile incontrare nei boschi lucrosi floridi esemplari di bagolaro, che, nel secolo scorso, era praticamente scomparso, mentre, per il motivo contrario, è difficile vedere per le campagne della Pedanea un noce o una quercia di buone dimensioni. Le fiancate moreniche sono ricoperte da fitto bosco ceduo in cui predominano l'acacia, l'avellana, il leccio, il querciolo. In pianura è intensa la coltivazione del pioppo.
Fino alla metà del secolo scorso, l'economia era prevalentemente agricola anche se pullulavano piccole aziende artigianali a conduzione familiare: nelle carbonaie di Strambinello e di Quagliuzzo veniva prodotto un pregiato carbone di legna; nei magli di Parella e Colleretto rinomati attrezzi agricoli nelle fornaci di Loranzè mattoni e tegole ricercatissimi per la loro qualità superiore; diffuso era l'allevamento di ovini e suini.
Gli uomini prestavano la loro opera presso la cartiera di Parella (nel 1764 aveva ben 106 dipendenti) o nelle miniere di Brosso e Traversella o nelle fornaci di Castellamonte. Nel secolo scorso e fino all'inizio di questo, il lavoro di molte braccia, specie femminili, veniva assorbito dalle torbiere di Gauna e di San Giovanni e dai setifici di Bairo e di Ivrea.
L'avvento della civiltà industriale portò nella zona un notevole cambiamento, ma la vicinanza di Ivrea, in cui sorsero i grossi complessi manufatturieri, impedì che nella Pedanea si manifestasse in modo fortemente traumatico il fenomeno dell'abbandono della terra e dello spopolamento delle campagne. Chi percorre la Pedanea nota che campi, prati, orti e vigne sono coltivati con cura. Ciò è dovuto al fatto che il contadino locale è diventato operaio solo per quaranta ore alla settimana; uscito di fabbrica, svestita la tuta, butta in testa il solito vecchio cappellaccio sbrindellato e, la lucida vanga
bilanciata sulle spalle, si avvia a quella terra che i suoi vecchi, con caparbietà e perseveranza, generazione dopo generazione, zolla dopo zolla, erano riusciti strappare alla selva, alla palude, alla proprietà fondiaria aristocratica.
La disoccupazione non vi esiste (dice un adagio locale che qui non trova lavoro solo chi non vuole trovarne). È cessata del tutto, e da molti anni, l'emigrazione che, nel passato, anemizzava letteralmente il paese; l'immigrazione, contenuta in limiti molto modesti, non ha creato gravi squilibrii

Il documento più antico menzionante la Pedanea è forse un diploma Berengario del 955, in cui vengono nominati Sabadino e Gisalperto de Pecnas. Cosi lo commenta Jacopo Durandi: "Al distretto di Ivrea infra la Dora ed il torrente di Chiusella, un altro territorio s'appartenne dinominato Padenia e Pedenas, secondo il vezzo e capriccio degli antichi notai... e tuttavia ritien il nome di Pedagna ( 10). La componevano, dice sempre il Durandi , cinque terre, di cui menziona Loranzè, Parella "che n'è il capoluogo" e Pavone subito dopo pero afferma che " territori di Salerano e di Pavone limitano la Pedagna a norte e a levante", cioè corregge l'asserzione precedente mettendo Pavone fuori della Pedanea, a farle da cornice. In un diploma del 1387' in cui sono concesse franchigie alle Comunità della valle di chy, vengono elencati i rappresentanti dei vari paesi, tra cui quello della Pedanea. Il documento non è molto chiaro, tanto da dare l'impressione che la Pedanea venga considerata parte della Valle di Chy ; in realtà, come dimostra la presenza di Lessolo, geograficamente non icludibile nella valle, si tratta di paesi che godono delle stesse concessioni fatte alle Comunità valligiane e con esse vengono elencati, ma senza farne parte come risulta anche da un documento del 10 dicembre 1385 .
Curiosamente un diploma del 1391 considera la Pedanea distinta sia dalle valli di Chj e di Brosso che da Loranzè- parella e Collereto; in questo caso, il termine di Pedagna fu usato per indicare unicamente Quagliuzzo e Strambinello.
Nell'atto di composizione tra le Comunità Tuchine e il Duca di Savoia del 391, una multa viene comminata alla Pedanea, considerata come entità giuridica a se stante, senza che venga fatto cenno dei paesi che la compongono
"La storia dei castelli italiani" include nella Pedanea Salerano, Samone Pavone ed altre terre; il Casalis vi aggiunge solo Samone ma, in compenso, la sposta tutta in Valchiusella; il Bertolotti prudentemente afferma che "quali fossero veramente li paesi costituenti la Pedanea ... non si può precisare"; per il Tealdy, era "l'antico nome romano del paese di Loranzè chiamato allora Pedana o Pedagna".Invece in un documento del 1459, in cui è detto: "... Laurenzadii, Parellae sive Pedanee... ", la questione non esiste, tanto che si ricorre al tautologico sive.
Nel secolo XVI° la Pedanea era considerata una entità giurisdizionale tanto che aveva un suo giusdicente ed un unico procuratore fiscale Non si conoscono i privilegi di cui godeva precedentemente ma si sa che essi le furono riconfermati dal Duca di Savoia il 26 maggio 1561.
Dal secolo XVII in poi, il termine Pedagna non da più esito a dubbi- con esso si vuole identificare le zone di Loranzè, Colleretto, Parella, Quagliuzzo e Strambinello.
L'antico nome, rimasto pressoché inalterato attraverso i secoli e di usuale accezione nella parlata comune, venne riesumato nel periodo fascista quando con regio decreto del 28 febbraio 1929, tutti i cinque paesi vennero fusi nel "Comune di pedanea "smembrato nei suoi componenti originari nel 1948.

Geologia

Non è raro vedere degli studiosi di geologia che armeggiano con zappette, martelli, setacci e scatoloni nei pressi del Ponte dei Preti o lungo le rive del Chiusella, fino alle falde delle Ruine di Parella. Secondo questi esperti, nell'ultimo periodo dell'era terziaria, detto pleocenico, il mare Adriatico si estendeva su tutta l'attuale pianura padana, formando una grande ansa racchiusa tra le Alpi e l'appennino ligure-tosco-emiliano. Nella zona di Strambinello, il livello delle acque arrivava, grosso modo, all'altezza del ripiano in cui è ora il paese. Probabilmente per il sollevamento del fondo marino, il mare si ritirò progressivamente, lasciando in secco il lido pliocenico; l'abbondante fauna marina dei molluschi, il cui habitat ottimale era nella zona costiera tra i 10 ed i 200 metri di profondità, rimase imprigionata nel sedimento sabbioso. Nell'era quaternaria, su questo strato si sovrappose il materiale morenico trasportato nel loro lento cammino dai ghiacciai delle valli di Aosta e Chiusella, che proprio in quel punto confluivano tangenzialmente. Al termine dell'era glaciale, la fusione dei ghiacci diede origine al torrente Chiusella, le cui acque si scavarono il letto prima nello strato morenico, poi in quello pliocenico, fino a raggiungere lo strato profondo, costituito da gabbri anfibolie! appartenenti al complesso delle zone pretriassiche. Questo profondo taglio verticale mise a nudo il sedimento pliocenico, in cui giacciono gli scheletri fossilizzati dei molluschi marini dell'epoca terziaria, in strati più o meno ricchi e di spessore variabile tra i due ed i cinque metri. Vi sono zone di affioramento sia a destra che a sinistra del torrente, ad occidente del ponte vecchio, di fronte al canton Scala ed a Parella, nella valletta della Bora Gronda, sotto Pian Turinetto e lungo il Soriana.
Una collezione, raccolta dalla prof. Rabogliafcti e depositata presso l'Istituto di Geologia di Torino, comprende ben 111 forme di molluschi, di cui 60 sono lamellibranchi e 51 gastropodi.

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